Questione di Corona: Una storia Reale

C’era una volta un semplificatore, che mentre sentiva notizie allarmanti al telegiornale, anziché approfondire diceva: vedrai, è la solita esagerazione.
Il suo vicino di casa era un tipo agitato che temendo subito la fine del mondo, l’arrivo di una guerra, di un tracollo economico e di una carestia, correva a riempire due carrelli al supermercato e pensava di preparare le valigie per la sua seconda casa fuori città.
Entrambi avevano moglie e figli.
Si videochiamarono nei giorni della quarantena, una volta scoperto che non si trattava nè dell’apocalisse, nè di una “banale influenza” raccontata da penne mitomani di giornalisti in astinenza di novità catastrofiche.
Si raccontarono di come in qualche modo continuava la loro quotidianità, di chi non poteva più lavorare e chiedeva aiuto a parenti e amici per la spesa e le bollette, di chi tutto sommato era in cassa integrazione. Si raccontarono delle loro pizze e torte fatte in casa e anche dei loro parenti e amici che non ostante l’età e la salute erano finiti in ospedale a farsi aiutare da  respiratori e farmaci antimalarici, che prima di allora avevano sentito nominare solo in certi libri e documentari.
Il semplificatore nelle ore libere di quei giorni aveva metabolizzato l’accettazione che quell’epidemia era davvero un’epidemia e non una favola, scrivendo favole semplificatrici e rassicuranti per i suoi figli, che però piacquero a tutti,anche al tipo agitato e ai loro amici in comune: in quei giorni tutti avevano bisogno di semplificare e mantenersi ottimisti!
Il tipo agitato aveva riconvertito la produzione della sua azienda in dispositivi utili al contenimento del contagio e stava scoprendo come una crisi alle volte per qualcuno può trasformarsi in una risorsa.
Ognuno raccontava a sé stesso quel momento in termini molto diversi, ma ai loro bimbi, entrambi raccontarono la stessa storia che più o meno faceva così:
trasportato accidentalmente da paesi lontani, un mostriciattolo di virus molto irrequieto e contagioso aveva iniziato a saltare di persona in persona alla velocità della luce, attraverso starnuti e colpi di tosse. Ad ogni salto moltiplicandosi di 10 o 100 volte, questo mostriciattolo e i suoi amici avevano contagiato migliaia di persone.
Per fortuna medici e infermieri di tutto il mondo stanno curando le persone, alcuni a casa, altri in ospedale. Quasi tutti guariscono anche se ogni tanto qualcuno non ce la fa: di solito i più anziani e quelli  più delicati perché hanno già altre malattie e che perciò devono stare ancora più protetti di tutti gli altri.
Ma dobbiamo proteggerci tutti e tutti collaborare a non diventare delle navicelle di trasporto del virus da una persona all’altra. Per questo i capi di tutti i governi hanno ascoltato gli scienziati e hanno ordinato di stare tutti in casa e uscire solo per urgenze, con guanti e mascherine. Finirà, certo che finirà: ci vorranno un po’ di mesi, il tempo che serve a diminuire il numero dei contagiati e a trovare la “pozione magica” del giusto vaccino.
Nel frattempo i nostri giorni cambiano un po’ ritmo, facciamo qualche risparmio in più  e qualche acquisto in meno, vediamo le persone che non vivono con noi solo in videochiamate, lavoriamo e facciamo scuola in modi un po’ diversi dal solito.
Questa era la storia. Alcuni la copiarono per raffinarla con disegni, parole più simpatiche o più ricercate, personaggi con nomi di bimbe, di bimbi, di mamme e papà come loro che la raccontavano ai loro figli e divulgarono le loro versioni raffinate della storia attraverso i social media e i canali istituzionali.
Ma sempre questa era la storia, perché in fondo quella storia era l’unica raccontabile e credibile, per tutti: i semplificatori, gli agitati e ansiosi per tutto, gli stacanovisti devoti al netto in busta sopra ad ogni altro dio, i milanesi imbruttiti, gli igienisti, i bucolici, i poveri, i ricchi…
Finita l’epidemia e trovata la cura e il vaccino ognuno potè poi raccontarsi un epilogo diverso, molto diverso, con la fantasia che aveva, con le risorse che poteva attingere, ma soprattutto con la realtà che gli era capitata. Ma beh… questa è un’altra storia.
Ve la racconto tra qualche mese.

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