Siamo proprio belle, quando ridiamo.

Chiudeva le palpebre sudate e lo faceva per un attimo, pochi secondi contati mentalmente con lentezza.

“Sto bene” si diceva con un pensiero e sapeva che le si stavano piegando gli angoli della bocca in un sorriso.

Forse sentiva la mancanza di alcune cose o di tanto in tanto le tormentavano il sonno certe faccende da raddrizzare che sapeva dipendevano solo in parte da lei, ma alla fin fine, quando si fermava e ascoltava l’odore di quei pomeriggi d’estate in cui le veniva in mente di chiudere un attimo gli occhi e contare pochi secondi in silenzio come per fermare il tempo o rallentarlo, poteva aver chiare tutte le sue fortune.

Anche quelle nate da vicende difficili, quasi per caso, inizialmente come una soluzione d’emergenza.

Sentiva il mio sguardo a volte, che le si posava addosso alla ricerca degli anni che potesse avere davvero in quel momento, in cui mi sembrava di poterle trovare tra le pieghe di quell’espressione serena tutte le tracce di un’altra età giocosa, mai dimenticata. Allora si girava a dirmi “ne vuoi un goccio anche tu?” offrendomi il suo tè caldo con le fette di limone, che beveva anche in pieno agosto.

Facevo un cenno col mento e prendevo io la tazza, lei versava e mi chiedeva se mi piaceva quello che stavo leggendo.

“Si, ma è per la scuola”.

“Perché? Tu preferiresti leggere altro?”

Alzavo le spalle e mi portavo la tazza fin sulla sdraio, accanto alla finestra aperta.

D’estate il tempo delle giornate funziona al contrario: il pomeriggio è sospeso e lento, fatto di un silenzio surreale che porta l’eco di ogni voce di bambino che piange o di stoviglie o di un televisore acceso che senza troppi pudori si può sentire dalle finestre aperte, dietro le persiane accostate, attraverso le tende tirate sui balconi, mosse appena solo quando plana un alito di vento.

Poi, più si avvicina l’ora di cena più i rumori e le voci si moltiplicano: chi rincasa dal lavoro, chi esce a giocare in cortile, chi passa a chiamare gli amici per uscire sul corso, chi spentola e chi chiama i figli dalla finestra.

La gente passeggia, la sera, ondeggia pacatamente sui marciapiedi con l’aria più fresca anche oltre il momento in cui cala il buio. Qualcuno parla forte seduto in un dehor, si rincorrono i motorini. E’ festa per tutti nelle zone di mare,al suono dei tormentoni alla radio che si sente provenire dalle casse dei locali, anche se è mercoledì o giovedì e anche in città si può andare a prendere il gelato a piedi, molto più distante del solito, tanto c’è gente.

“Tanto c’è movimento” diceva lei.

Ma fino a quell’ora lei lasciava i capelli anche un po’ alla rinfusa, con gli occhiali sollevati, a mo’ di cerchietto e scriveva qualcosa su un suo quadernino, leggeva, chiudeva le palpebre di tanto in tanto e beveva tè.

Avrei voluto dirle: “sai che sei bella quando sorridi così?”. Ma, non so perché, non gliel’ho mai detto.

Appena i rumori dalla via si facevano più frequenti, lei sapeva con certezza che era ora di alzarsi: riabbassava gli occhiali sul naso, si sistemava un po’ con le mani i ciuffi ribelli, guardandosi di sbieco nel riflesso della vetrina del soggiorno e si alzava decisa riponendo tutto nel solito cassetto.

Dovevo dirglielo, ora lo so, come fa oggi con me mia figlia: ma sai che sei proprio bella quando ridi?!

Se mi guardo riflessa nella vetrina del soggiorno, rivedo quelle stesse sue pieghe intorno ai miei occhi e allora glielo dico in silenzio con un pensiero, chiudendo un attimo le palpebre, contando i secondi di un sorriso.

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